18. Le cicatrici

05.12.2013 00:03

Novembre 2013.  Milano. 

Negli stessi giorni comparve una mail anche sullo schermo di Riccardo, spedita alle tre di notte da un indirizzo familiare.  Non era Louis, stavolta.

 

Se avessi un uomo…

Gli direi che è bello come il sole

gli abbraccerei forte il collo da dietro,

gli direi quelle parole che nascono solo d’improvviso

gli stringerei la mano con la scusa che fa freddo.

 

Lo proteggerei nel mio corpo come una fragile farfalla,

entrerei indiscreto e tremante nel mondo dei suoi pensieri

ne parlerei con gli amici senza paura d’arrossire…

il mio corpo griderebbe al cielo e ai palazzi il suo nome.

 

Gli comprerei delle scarpe da ginnastica per correre assieme in un prato,

gli passerei ridendo una mano tra i capelli pur sapendo che non lo sopporta.

Avrei quegli occhi lucidi e strani che solo l’amore ti dà,

mi sveglierei la mattina sudato e impaziente per averlo sognato.

 

Se avessi…

Se avessi…

Tu.

Invece ti guardo, e non so cosa dire. 

 

Riccardo rise con tutti i denti che poteva.  Allora, qualcosa poteva ancora emozionarlo…  la stampò, si sedette in mezzo al letto e la rilesse sulle ginocchia  chino nel buio. 

Come direbbe qualcuno, lo sventurato rispose.  Ma Riccardo non era la monaca di Monza e non era per niente sventurato, anzi.  Rispose con curiosità, come non gli capitava da dodici anni.  Iniziò una storia che come tutte le storie d’amore era la più grande e l’unica al mondo. 

 

Fierabene era tenace e non vedeva l’ora di duellare con Avenario.  Una sera al pub, tutti un pò brilli, gli chiese davanti ad una birra: “Perché non abbiamo usato cavie giovani? Non sarebbe stato meglio, visto che il loro cervello non è ancora maturo, e pertanto più plasmabile?” Riccardo rispose brillantemente, ma stavolta era merito più dell'alcol che suo: “Non abbiamo usato cavie giovani perché la capacità di mettere insieme più messaggi differenti non è ancora presente nel neonato.  I neuroni sono unisensoriali all’inizio della vita (potremmo dire: «tabula rasa»).  Mediante le esperienze, i neuroni uni-sensoriali si abituano col tempo a costruire una risposta multisensoriale.  Durante i primi anni di vita il bambino diventa capace di riconoscere una struttura complessa, quale ad esempio una zanzara, e di distinguerla da altre strutture complesse, quali una mosca o un uccello. 

 

Prima uscita di Riccardo e Gianni.  Gli anellini tremavano, e non era un convulsione, per una volta.  Strano, ma le montagne, di solito invisibili per la foschia, apparivano nitide in lontananza.  Si notavano addirittura le pale eoliche formare un filare bianco sul pendio.  Quasi quasi si vedeva anche il mare, anche se era impossibile. 

Si raccontarono.  Riccardo era meno era abituato e gli fu più difficile.  Era più bravo ad esprimere le teorie di gauge che il piacere di leccare un gelato. 

Sin da piccolo gli sarebbe piaciuto lavorare all’Università.  Da Prof o almeno da Ricercatore.  Non per gloria o soldi, gliene fregava ma poi non tantissimo.  Qualche altro tipo di idiota si getta col paracadute per avere scariche di adrenalina, lui invece godeva al pensiero di un esperimento spinto al limite delle conoscenze.  Viaggiare come l’Ulisse di Dante pellegrino sul mare, un Robert Falcon Scott che affronta i blizzard all’inseguimento di un punto, il polo sud, che esiste solo nella mente degli uomini.  Riccardo non cercava nella scienza, né dentro di sé.  Se ne fotteva di tutto.  La pace per certi è un miraggio.  Se non hanno demoni fuori, quali disgrazie o malattie, li hanno dentro, e mordono lo stesso. 

Durante gli studi Riccardo ebbe la sua possibilità. Nel 1998.  Dotato della piaggeria del servo e della bravura del secchione, gli capitò di finire sotto l’ala protettrice del grande Super-Ultra-Professore Renato Pietrini, il quale gli affidò nientemeno che un campo personale di ricerca.  Uau! uno su mille ce la fa.  Tanto più difficile, se tuo padre è stato un ciabattino.  Nel 2000 si mise con Colette ed era, lo potette dire molti anni dopo anche se all’epoca non se ne accorse, felice.  Ma non mantenne le promesse.  Lottò, lottò, ma non abbastanza.  Venne il giorno che ricorderà per sempre.  Nel 2001.  Il suo futuro all’Università era segnato e Colette stava per lasciarlo.  Lui lo sapeva.  Gli fu chiesto di fare un esperimento, uno di quelli che solo lui sapeva fare.  Lui sentiva che sarebbe stato l’ultimo.  Quel pomeriggio il sole mandava dei raggi radenti sulle provette rendendole fluttuanti.  Era solo nel laboratorio e girava tra i banchi che odoravano di formalina come se fosse in una foresta incantata.  Scongelò con calma la soluzione Alpha.  Tagliò delle fettine di tessuto come il macellaio più bravo, però dello spessore di pochi micron.  Le stese sul vetrino e la mano rispose meglio del solito.  Dopo un’ora mischiò le soluzioni Alpha e Omega e le lasciò a fermentare.  Dopo un’altra bella mezz’ora senza pensieri versò la soluzione sul vetrino, mise il vetrino sul microscopio e guardò nell’oculare, muovendo le manopole come se stesse guidando. 

Guardò.  La colorazione era bellissima, come mai lo era stata.  Il respiro si fermò.  Tutte le sfumature di blu e di rosso erano al loro posto, nessuna impurità disturbava la purezza trasparente delle fettine.  L’ultima colorazione... la perfezione assoluta.  No... proprio adesso no... proprio adesso che il prof e Colette mi abbandonano e non gli interessa, proprio adesso, la perfezione? Guardò ancora nell’oculare.  Pianse. Un pianto disperato, definitivo, stizzito.  La perfezione, brevissima ed eterna come tutte le perfezioni, proprio adesso che tra qualche giorno sarebbe stato cacciato dalla sua vita?  Non poteva nemmeno dirlo a nessuno.  La gente non tratta con i perdenti, non conviene. 

Negli anni successivi ottenne un posto importante all’Ospedale di Catania. Un traguardo per chiunque, ma non per uno come lui.  Solo un luogo di passaggio col quale nutrirsi di pane e sopravvivere stanco ai demoni.  Cercò un rimedio all’odio per Pietrini ed all’amore per Colette, lui, il figlio di una domestica, nella pittura, nella filosofia, nella paleoantropologia, nella genetica.  Poveretto.  Ogni passione si spegneva in pochi mesi.  Se ne impadroniva, la succhiava come Dracula, si annoiava e la gettava via.  Giocattoli.  E c’era una cosa che gli rodeva più di tutto.  La certezza matematica che quel pezzo di merda di Pietrini sarebbe morto sereno nella sua casa di Capri, orgoglioso di una vita ricca, felice e impreziosita dalla fede, con la calda consapevolezza di essere pure nel giusto. 

 

Gianni abbracciò Riccardo.  Gli parlò di lui, di come la sua vita sarebbe potuta essere, di come comunque era felice del presente, perché in ogni caso l’alternativa ad avere un presente é non averlo.  Ogni momento per Gianni era prezioso, non perché lo considerasse l’ultimo, ma perché era irripetibile.  Io, diceva, sono qui, adesso, per te, perché il mio passato mi ha condotto qui.  Io sono la mia storia, io sono unico, io muoio ogni momento per poter rivivere un attimo dopo nella mia unicità.  Io sono unico, sono prezioso, come ogni creatura, e sono contento, contento perché appartengo al mondo, e il mondo non si fa senza di me, senza tutti quanti noi, e io amo, amo il mondo, e più di tutto amo te.  La cicatrice dell’incidente si vedeva poco, nascosta da una sapiente ciocca bionda. 

 

Gennaio 2014.

Francesca fu quasi la prima ad accorgersene.  Dopo la caposala.  Avenario ammise.  Candidamente.  Francesca lo odiò subito, e appresso a lei lo odiarono tutti i reparti, i piani e le stanze del Centro.  Tranne Fedoro e un pò Fierabene.  Persino la cassiera del bar fece finta di non avere il resto per fargli un dispetto.  La caposala si fece restituire la chiave dell’armadietto nel quale in tempi non sospetti aveva offerto ospitalità al casco di Avenario.  Lui gettò sprezzante la chiave sul pavimento di linoleum e ne seguì i rimbalzi sotto la scrivania.  Addio feste, ubriacate, scherzi in ascensore.  Addio al Centro = Casa Accogliente.  Meglio così, mentiva a se stesso.  

Riguardo all’esperimento, tutto andava a gonfie vele.  Anche troppo bene.  Cinque mesi di successi.  I malati non erano più ammalati.  A molti di loro, tra cui Gianni, le medicine furono ridotte, ad altri addirittura sospese.  Poche applicazioni del raggio magico ed il gioco era fatto.  I cervelli si  riattivavano come un coniglietto col tamburo al quale rimetti le Duracell. 

Una volta raggiunti i risultati, la preoccupazione principale di Riccardo fu di illustrare la sua teoria spaventosamente complessa in un linguaggio accessibile ad esperti provenienti da diversi settori: fisici, matematici, neuroscienziati, medici, biologi, epistemologi.  Un’impresa disperata ma necessaria.  Avenario sapeva bene che la pozzanghera non sopravvive, se non è accettata dalla corrente del fiume. 

Trascorsero mesi di passeggiate con Gianni e col tablet.  Riccardo aveva gli occhi sempre rossi, per lo schermo del computer e per le notti.  Non c’era più il dormiveglia.  Colette non la sognava più. 

 

Fierabene, l’angelo custode delle sue inquietudini, gli faceva a tavola: “che cerchi, Avenario, la verità? Pensi davvero di scoprire come funziona il cervello?” E Riccardo a bocca piena: “Non me ne frega niente della verità, nemmeno so se esiste o no.  Voglio mettere un tassello in più.  Nient’altro.  Un mattoncino in una Torre Eiffel di Lego.  Non pretendo l’assoluto, mi sfugge come a Barabba, che non si accorse di Gesù che gli passava davanti, eppure si fermò anche a parlargli.  Vuoi sapere qual è la mia motivazione? Voglio pubblicare un grosso articolo, uno di quelli che Pietrini può solo sognare la notte.  Poi glielo voglio mandare con questo commento: “Egregio Professore, volevo ringraziarLa per avermi cacciato tredici anni fa.  Se Lei non mi avesse mandato via, starei ancora a lavorare con quelle Sue cazzate e non avrei pubblicato l’articolo che Le allego.  Le auguro buona lettura, anche se non penso che Lei sia in grado di capirlo.  Distinti saluti.”  Fierabene sorrise di gusto, lo colpì sulla spalla con un pugno moscio e gli disse: “Sei un vero coglione!”