11. Terza taglia, coppa B

05.12.2013 03:07

Negli ultimi giorni, soprattutto durante le notti gelide sul ponte della nave, Louis aveva ripensato agli esperimenti.  Aveva capito, ma come poteva essere stato così stupido a non pensarci prima, che la teoria dell’Homo incognitus nascondeva ancora molti segreti.  Capì da solo non poteva farcela.  Aveva bisogno di aiuto.  Colette gli aveva raccontato di Riccardo.  Erano stati insieme un anno e questo Louis già lo sapeva.  Ma soprattutto gli raccontò che Avenario era fornito dell’intelligenza assoluta come un musicista ha l’orecchio assoluto.  Da un lato Louis era irritato dalla presenza impalpabile di questo fenomenale Riccardo, dall’altro era troppo stanco e disperato per non andare a giocare quella mano di poker.  Ne parliamo con lui? Louis chiese a Colette e lei acconsentì.  Robinson non voleva però fare ammazzare anche lui.  Comprò un iphone con una linea nuova e la utilizzò soltanto per lui. 

Mentre Colette se ne stava al sole e Johnny si rotolava tra la sabbia e le onde, Louis dialogava con Riccardo.  Gli raccontò dell’Homo incognitus.  “Avenario… c’è qualcosa che non quadra.  Il numero degli Homo sapiens è superiore a quello degli Homo incognitus.  Diamolo per scontato, come dice Parker.  In tal caso… dovrebbero essere estinti.  Le possibilità che due incognitus si incontrino sono bassissime.  Roba da scomparire in poche generazioni.  Eppure gli incognitus sono tra noi… in qualche maniera si riconoscono tra loro.” 

“È vero.” Rispondeva Riccardo, contentissimo di essere stato tirato in ballo.  Aspettava da giorni quella chiamata.  A differenza di Louis che si era seduto a quella mano di poker solo per bluffare, Avenario partiva con un poker servito.  “Perché non si sono estinti?” 

Louis pensava…  il sudore gli scorreva dalla punta del naso e finiva nella birra, ma non si rese conto del sapore salato. 

“Louis, gli Homo incognitus si attraggono l’un l’altro mediante comportamenti, suoni, o odori…” 

Bella idea! Louis era contento di essersi rivolto a quel tipo sveglio.  La linea però cadde e dovette continuare da solo.  Ma almeno era più fiducioso. 

Come mai Mary e Norman si erano piaciuti? si vedeva lontano un miglio che si capivano con uno sguardo, come se si conoscessero da sempre.  Cosa li aveva spinti l’uno verso l’altro? Forse il loro modo di muoversi o di guardarsi… il tono della voce… o chissà che… “Qual è il segreto che spinge due persone a stare assieme? no,” concluse Louis, “l’amore è imprevedibile, inviolato.  Inesplorabile.”  Meglio pensare a qualcosa di più concreto…

Le parole di Raymond… “gli Homo incognitus sono indistinguibili dall’Homo sapiens”… ma… sarà poi vero? Era compiaciuto di se stesso, anche se l’imbeccata in verità gliela aveva data Riccardo.  Se le due specie non fossero poi così uguali come Parker aveva ipotizzato? Se l’Homo incognitus assomigliasse molto all’Homo sapiens, ma se ne differenziasse per qualche particolare? Si concentrò sulle coppie ibride che aveva incontrato, ma il pensiero tornava sempre a Norman e Mary.  Bah, lui è lungo e riccio, quanto lei è minuta... l’una bionda, l’altro bruno… le mani, la lunghezza delle dita… gli occhi.  No, tutto diverso.  Lo sguardo… no, nemmeno.  Il volto… il loro volto… il loro naso… il naso.  Uh oh, il loro naso… il naso di Mary! La fronte! Il profilo di Mary… il suo naso affascinante... sembra proseguire con una linea diritta direttamente nella fronte… anche il naso di Norman, e… e quello di Lucy… miodio, sì è il naso di Lucy; sì, lo stesso!  E la forma degli occhi… e quel volto spigoloso… e le ciglia corte…

 

Nelle notti seguenti di visioni mostruose Louis costruì un’ipotetica figura dell’Homo incognitus, la confrontò con le immagini nella memoria e cercò di ricordare le foto che il Professore aveva scattato ai pazienti.  Sognava… sognava Norman e Mary che si avvicinavano al letto e lo aggredivano… si svegliava urlando, Colette gli era vicino, lo stringeva. 

Pensava ad alta voce affacciato alla finestra, nel caldo asfissiante della stanza appena addolcito da un ventilatore a pale che girava, girava, con un ronzio monotono... pensava e la mente vorticava come le pale dell’apparecchio.  Ci sarebbe voluto Riccardo... ma non riusciva contattarlo.  Quella era una zona di ricezione scadente. 

“Che cazzo di caldo che fa qui… il caldo… le braccia di Mary… sì! La regola di Allen… non riuscivo a ricordarla all’Università… mi ha fatto prendere il mio unico 18.  Gli eschimesi hanno le braccia e le gambe più corte degli africani, per conservare meglio il calore… le braccia di Mary… sì, ci sono.  Ricordo Mary nuda o in costume da bagno… le sue braccia mi hanno sempre colpito.  Cortissime… non arrivano alla coscia… e Norman? Come sono le braccia di Norman?” si ritrovò a pensare morbosamente alle gambe e le braccia di Mary, Norman e Lucy… e le braccia degli altri pazienti? …peccato che il Professore non abbia pensato a misurarle, ma d’altra parte, chi avrebbe potuto immaginare che potesse servire a qualcosa? 

Gli eschimesi hanno anche il torace più largo e corto rispetto agli africani, sempre per conservare meglio il calore.”  Si scoprì a pensare torace ed al petto di Mary… era un torace largo, con quei seni piccoli e duri che lo eccitavano… quando lei comprava reggiseni, chiedeva sempre la terza misura, coppa B.  Anche Lucy... è ancora bambina, ma ha il torace già abbastanza largo…

Louis si grattò e sentenziò: “gli Homo incognitus hanno braccia e gambe corte e tronco largo.”

 

“Bentornato, Richard.  C’è un altro problema… grave.  Ammettiamo che quest’Homo incognitus si differenzi dal sapiens per un braccio più corto… che cazzo c’entra un braccio più corto con la capacità di far figli? E’ possibile che questi individui non possano accoppiarsi con gli esseri umani solo perché hanno un braccio diverso?” 

“No, Louis… non dipende dal braccio.  Forse il gene che fa il braccio più corto si trova vicino ad un gene della fertilità.  Gli Homo incognitus hanno tutti e due i geni alterati.  Magari lì vicino, su quel pezzettino di DNA, c’è anche un terzo gene cambiato… che produce un odore particolare e spinge gli incognitus ad amarsi.  E magari anche un quarto gene...”

“Immagino, Riccardo, che una cosa grossa come la nascita di una specie sia provocata da enormi cambiamenti nel DNA.  Decine e decine di geni devono spappolarsi, per avere un effetto così importante!”

“No.  Anche una piccola alterazione del DNA, addirittura di un solo gene, può causare la formazione di una nuova specie.  Chung-I Wu ha modificato un singolo gene di moscerino e ha ottenuto due gruppi: i moscerini col gene normale preferiscono vivere al caldo, quelli col gene modificato al freddo.  C’è di più.  I maschi con il gene normale preferiscono le femmine con il gene normale e il contrario.  Così i due gruppi non solo vivono in ambienti diversi, ma non si piacciono nemmeno! Questo è il primo passo verso la formazione di un’altra specie. 

L’oscuro libro di un medico morto pazzo, «Il mito dell’Homo incognitus» del 2004, aveva previsto tutto come un novello Jules Verne.  Le prove definitive, non una ma addirittura due pallottole fumanti, sono venute da alcune scoperte più recenti.  Primo, la ragazza di Denisov, vissuta in Siberia 41.000 anni fa.  Il suo DNA non è uguale né al nostro, né a quello dei Neandertal.  Secondo, i nanetti di Flores.  Una famiglia intera vissuta 13.000 anni fa su una remota isola indonesiana.  Una nuova specie.  In mezzo a noi.” 

“Riccardo, ma dove sono questi geni? In quale zona del DNA? È come cercare un ago in un pagliaio… porcaccia troia… e pensare che avevo il DNA di tante persone… tutto distrutto...”  Louis pensò di contattare gli specialisti che il Professore aveva interpellato prima di morire: Osborn, Richards, Grimm… qualcuno di loro avrebbe potuto fornirgli, magari involontariamente, un indizio...