13. Il viaggio al termine della notte
La sera andò al Voyage. Sporco locale fumoso. Gente dai quaranta in su ballava dance-music.
Louis si fece largo tra la folla e le puttane. Le luci sfaccettate dei globi lo stordirono. Si avvicinò al bancone, sedette su un treppiedi, chiese una, anzi due Margarita e si guardò attorno. Fissò i bicchieri a forma di calice a testa in giù sulle mensole del bar e gli parve di vedere Johnny e Colette riflessi sul vetro.
Uno lo osservava. Fumava sul divano in una saletta buia. Louis non riuscì a distinguerlo bene. Vide che era in compagnia di una alla quale aveva infilato la mano nel reggiseno. L’uomo spense la sigaretta a metà, si alzò, si aggiustò la giacca a quadri e si diresse al il bancone. I capezzoli della donna erano ancora duri. Si avvicinò a Louis e gli chiese da dove venisse. Americano, rispose Louis. Seguimi, gli disse, e s’infilò tra i corpi che ballavano con Louis dietro. Uscirono da una porta laterale e si trovarono in una stradina. C’era puzzo di piscio di gatti e frutta andata a male. Voltarono a destra e poi a sinistra. Louis in penombra perse l’orientamento tra i lampioni incerti. Entrarono in un portone e percorsero un cunicolo dal soffitto ad arco. Odore di muffa intenso, Louis pensò che vi fossero dei topi. Girarono fino a una porta. L’uomo bussò con tre tocchi, poi con due ravvicinati. Una chiave girò nella toppa. Sparirono dentro ad un’anticamera. Quello che aveva aperto disse qualcosa che Louis non capì. Discussero per qualche secondo, poi uno dei due guardò Louis, gli indicò bruscamente un’altra porta e lo fece entrare.
Louis si trovò in una stanza illuminata da un neon. Gli occhi faticarono a riconoscere gli oggetti. La stanza era spoglia, al centro un tavolino di legno. Seduto sul tavolino c’era un uomo con un giubbotto di pelle. Il Comandante, così disse di chiamarsi. Non era il tipo che si vorrebbe incontrare di notte, a meno di non avere un fucile a canne mozze. Aveva un grosso sigaro tra i denti. Gli anelli di fumo lo facevano ancora più minaccioso, se possibile.
Gettò il sigaro. Niente di buono. Si percosse un palmo della mano con l’altra chiusa a pugno e si avvicinò a Louis. Lo colpì secco sul naso, schiantandoglielo. I frammenti di vetro e plastica degli occhiali di Louis schizzarono ovunque e quasi lo accecavano. Louis cadde. Riprese i sensi ma arrivò un altro colpo da una direzione che non capì. Sputò pezzi di denti. Giù dal pavimento vide gli scarponi militari del Comandante sporchi di sangue. Il suo. Il Comandante lo sollevò per le spalle come un tordo e lo piazzò sul tavolo. A labbra chiuse, annoiato, recitava un copione a memoria. Una routine. “Pezzo di merda… sei in trappola. Zitto con tutti, figlio di troia. Se vuoi rivedere quella puttana e il moccioso. Domani all’aeroporto alle 13.00. Ora vattene che puzzi di piscio.”
Non era un tipo che ammetteva repliche. Forse si augurava che Louis dicesse qualcosa, per avere la scusa di sgozzarlo a mani nude.
Louis non aprì bocca. Si limitò a vomitare il materiale liquefatto che sentiva in bocca.
Tornò all’albergo e si buttò sul letto. Non riuscì a dormire. Dolore. Angoscia.
Il giorno dopo all’aeroporto lo attendevano un uomo e una donna. Alti, gelidi. Nessun convenevole. Milford e Brigitte. Probabilmente canadesi. Milford tirò fuori dei biglietti e ordinò a Louis di seguirli al check-in. Il biologo con sue le quattro valigie obbedì. Cercò di trattenersi dal pisciarsi ancora sotto. Dignitosamente ci riuscì. Come lui e Riccardo avevano intuito, la meta era Roma. Il nemico sapeva delle tre copie dei CD-ROM depositate in banca. Milford e Brigitte lo avrebbero ucciso dopo averle prese.
Durante il viaggio Louis osservava dal finestrino il tappeto di nuvole sotto l’aereo. Ogni tanto incrociava gli occhi verdi di Brigitte e subito abbassava lo sguardo. Milford fischiettava una canzone tra le labbra. Completamente stonato. Arrivarono a Roma nel pomeriggio. Milford prese alla Hertz la macchina che li aspettava. Partirono verso sud evitando le autostrade. Giunsero a Cassino dopo due ore. Si diressero verso dei boschi. Si fermarono presso un muro di cinta coperto di buganvillee. Tra le cancellate si intuiva una villetta bianca, circondata da un grande giardino con erba a pelo corto e alberi di limone. Louis pensò che era il luogo adatto per scuoiare un essere umano in santa pace. All’interno vi erano molte stanze da letto. Il biologo ne scelse una piccola con un bagno ammuffito. Le pareti del water erano incrostate di feci vecchie. Chissà se chi ha cagato qui è ancora vivo, pensò…
La mattina seguente erano a Roma. Louis ritirò i tre dischetti dalle cassette di sicurezza. In via Fucini Milford si fece dare i CD-ROM e li infilò nella tasca interna del giubbotto. Sorrise e guardò Louis, che rabbrividì. Stavolta non poté trattenersi. Si pisciò sotto.
All’imbrunire tornarono alla villetta. Robinson dovette rivelare le password del sito segreto. Brigitte lo avvertì che Colette e Johnny stavano per arrivare. Milford telefonò al Comandante, lo informò che aveva i dischetti e gli comunicò le password. Louis sapeva che in pochi minuti gli studi del Professore sarebbero svaniti. Per sempre. Fanculo a tutti.
Robinson attese su una panchina in giardino. I due canadesi rimasero all’interno. Lo controllavano da lontano. Il naso gli bruciava ancora. Se lo toccava e sentiva che le ossa erano rientrate. Passava la lingua sui denti spezzati sperando che ricrescessero. Gli uccelli cantavano nella penombra del tramonto, ma Louis non li sentiva. Ogni suono era molesto. Fanculo pure agli uccelli. Aspettò due ore e mezzo. Si alzava e si sedeva. Le assi della panchina sempre più scomode. Poi nell’oscurità sbucò una grossa macchina. Louis si alzò ancora. L’auto di fermò vicino ad un’aiuola. Uno degli sportelli si aprì ed apparve Colette. La vettura ripartì immediatamente e la donna si guardò attorno stringendosi i gomiti. Louis corse verso di lei, lei si girò verso di lui e lo aspettò confusa. Si abbracciarono e per un attimo il dolore sparì. Colette era intontita dai tranquillanti e cascava dal sonno. Louis la sostenne fino in casa. Milford e Brigitte li aspettavano. Louis chiese dove fosse Johnny. Risposero che il bambino era al sicuro e l’indomani sarebbero andati a prenderlo. Louis sapeva che non l’avrebbero più rivisto.
Fece distendere la moglie sul letto della stanzetta, le rimboccò il lenzuolo e la osservò mentre si addormentava. Le accarezzò i capelli ricci e sporchi e le cantò una specie di ninna-nanna.
Dopo mezz’ora la svegliò. Louis riuscì a convincerla di essere viva. Almeno per il momento. Lei e Johnny, raccontò, erano stati rinchiusi in una stalla forse, con una luce fioca da una fenditura molto in alto. Giorni sulla paglia umida. Ogni tanto un’ombra entrava a portare del cibo. Quando sentiva la porta di metallo scricchiolare, Colette non capiva se stavano arrivando per dar loro da mangiare o per ammazzarli. Un dormiveglia continuo. Desiderò di addormentarsi e non risvegliarsi più. Troppo comodo, Colette. Dovevi pensare a Johnny.
Louis la guardava, indeciso tra il sollievo per Colette, la pena per Johnny e il violentissimo dolore al naso. Le fitte gli rendevano difficile concentrarsi. Colette seppe di Samir. Pianse, si sentiva colpevole, i capelli unti coprivano la faccia, chiese di Riccardo, Louis tentava di consolarla.
Nel salone Milford si avvicinò al camino e accese il fuoco nonostante il caldo. Quando la fiamma fu alta vi gettò i dischetti. Che sfrigolarono con un fumo nero. Non rimaneva traccia dell’Homo incognitus. Il lavoro di due vite mandava un odore di plastica bruciata.
Milford e Brigitte passarono alla fase più delicata. Avrebbero simulato un incidente. Prepararono le boccette di acido cianidrico. Ingerirono l’antidoto e si infilarono in bocca una perla di nitrito di amile. Prima di vaporizzare il cianuro nella stanzetta avrebbero rotto la perla tra i denti e aspirato. Meglio andare sul sicuro, col cianuro non si scherza. Louis e Colette avrebbero avvertito un odore di mandorle amare e sarebbero crepati. Il canadese era curioso di vedere se avrebbero avuto anche loro le convulsioni. Gli piaceva vedere le vittime rantolare e vomitare prima della fine. Poi avrebbero trasportato i cadaveri nel salone e bruciato tutto. La Polizia avrebbe ipotizzato un incidente, magari provocato dal fuoco del camino appiccatosi alle tende.
Aprirono la porta della stanzetta. Louis vide il bagliore della maniglia metallica riflettersi nello specchio sul letto. Non credeva in nessun Dio, ma chiuse gli occhi e pregò.
La villa bruciò tutta la notte. Completamente. Era molto isolata. I Vigili del Fuoco arrivarono tardi non potettero farci nulla. La mattina dopo la Polizia entrò il quello che era stato il salone. Restavano cenere e brandelli di vestiti.
Alcune mattine dopo a Roma una signora di mezza età notò un bambino sporco di cacca su una panchina vicino all’Ambasciata. Si avvicinò. Piangeva e sembrava affamato. Lei gli offrì dei biscotti all’albicocca. Il piccolo odiava la marmellata, ma li divorò. Aveva un braccialetto con nome e cognome.
Era notte fonda in Florida quando il telefono squillò nella casa dei Richards. Rispose Norman. Gli comunicarono del ritrovamento di Johnny. Urlò nella cornetta e Mary si svegliò e pianse. La mattina seguente Norman si precipitò a Roma. Quando Johnny lo vide entrare nella stanza del figlio dell’Ambasciatore dove era stato ospitato, sorrise per la prima volta da molti giorni e gli saltò al collo. Norman lo riportò in Florida, a Miami, di fronte a quell’oceano che i Robinson avevano sempre amato. Quando Mary incontrò Johnny era una mattina calda e luminosa. Sarebbe sicuramente piaciuta a Louis. Johnny protetto fra le braccia a Mary si guardava intorno e chiedeva della mamma. Nei giorni seguenti Mary lo sorprendeva a piagnucolare in un angolo, lo accarezzava e gli diceva che la mamma sarebbe tornata presto. Il piccolo si sedeva per ore sulla staccionata della casa dei Richards e osservava la strada all’orizzonte, aspettando da un momento all’altro la macchina dei genitori.
I cattivi avevano centrato tutti gli obiettivi. Le persone a conoscenza della scoperta erano morte. Tranne una. Ogni prova dell’esistenza dell’Homo incognitus era distrutta. Il segreto era salvo. Per sempre. Quasi…