14. I cavalieri malconci della tavola rotonda

05.12.2013 00:59

Luglio 2013.  Milano.

I volontari per l’esperimento di Avenario furono scelti tra i pazienti con epilessie molto gravi.  Erano già stati sottoposti a cure con pillole e bisturi senza nessun risultato.  Continuavano a fare convulsioni.  Tanti malati si lasciano andare, ma questi ventisei no.  Erano ostinati.  Non mollavano.  Dopo l’arruolamento effettuato dai collaboratori di Fierabene e i colloqui individuali con l’equipe di psicologi, i ventisei volontari iniziali più tre nuovi furono riuniti per l’ultimo incontro con gli scienziati.  Prima dell’avvio ufficiale delle danze. 

L’evento di quel pomeriggio dimostrò quanto erano valide le teorie di Riccardo.  E quali ne fossero i limiti.  Avenario arrivò con Fedoro, Fierabene e gli altri del team.  Macchi come al solito non c’era, era a pranzo col Ministro della Sanità.  Entrato nella stanza Riccardo li vide seduti attorno al tavolo rotondo come cavalieri un pò malconci.  Li guardò tutti assieme, poi dalla massa di forme e colori tirò fuori dei volti e li riconobbe uno ad uno.  Li riconobbe tutti, uno ad uno, quei figli di un dio minore, percepì il dolore e il desiderio oltre l’apparenza degli occhi smorti, provò piacere per la consuetudine delle quattro chiacchiere che scambiava con loro nei giardini curati del Centro.  Sorrise.  “Ho ragione”, pensava.  Quando prendi la metro per la prima volta in una città sconosciuta, ad ogni fermata guardi preoccupato il cartello col nome della stazione, nel timore di essere andato verso est invece che verso ovest.  Solo quando il nome che leggi sul cartello è quello che ti aspettavi, tiri un sospiro di sollievo.  La mente sottoposta al mondo esterno oscilla alla ricerca di un equilibrio.  Cerca di dirigersi verso uno stato di quiete, riconducendo l’ignoto al noto.  La vista di qualcosa di familiare accompagna la mente sui binari di una rassicurante consuetudine.  Riccardo era compiaciuto di se stesso, per una volta.  Le sue idee avevano avuto un’ulteriore conferma. 

Poi si trovò davanti l’ignoto, quello vero, l’imponderato.  Che lo sequestrò.  Tra quei corpi un pò laceri balzarono fuori degli anellini in movimento, sinuosi, a tratti un pò a scatti.  Riccardo guardò le dita che li animavano e imprimevano il ritmo.  Un uomo in pullover era attaccato a quelle dita.  Gianni Ferrari, uno dei tre nuovi, naso diritto da sembrare rifatto.  Riccardo lo guardò e l’esperimento non contò più niente.  Soltanto quel sorriso come quello di un vecchio, profondo e inutile, contava.  Il resto non c’era più, se mai era esistito davvero.  Ogni grafico tracciato a penna blu fu annichilito da un buongiorno con un filo di voce e da quei denti bianchi come dentifricio.