8. La succursale di Lourdes
2011. Milano.
Riccardo al Centro faceva amicizia con tutti, ma non era merito suo. Aveva conosciuto Francesca Giacco, una specializzanda dal sorriso gigante. Si piacquero subito. Scopava bene. Francesca mollò il vecchio ragazzo, non è che poi ci andasse molto d’accordo, troppo musone. Il profumo che portava, mescolandosi agli odori della pelle, le donava un aroma strabiliante senza farlo apposta. Riccardo era in grado di riconoscerlo in un’aula piena di gente. Gli piaceva molto. L’anima generosa di Francesca la rendeva l’ideale amica del cuore di chiunque, dalla caposala al portantino, e Riccardo sfruttò suo malgrado la scia. Lo invitavano, lui che non sopportava un contatto umano per più di dieci minuti, a cene, feste, pranzetti e pranzettini. Nei periodi in cui il nostro pendolare si trovava al Centro e non all’Ospedale di Catania, era bello la notte ubriacarsi in loro compagnia, e tutto il resto.
I primi esperimenti sulle cavie procedevano bene. Riccardo le volle tutte adulte, niente giovani o neonati. Fedoro dirigeva, Avenario comandava e Paolo Fierabene si occupava della logistica. La strumentazione funzionava a meraviglia ed i risultati erano incoraggianti. Che stavano facendo? In pochi ci capivano qualcosa. In due. Uno era dotato di un Google Earth e sappiamo chi era. L’altro era il Google Earth in persona, cioè Macchi. Allora, che stavano facendo? Le cavie venivano studiate con sofisticate tecniche delle quali è inutile parlare, le trovate su tutti i libri, se mai potesse minimamente interessarvi. I risultati catalogati da Fedoro, meticolosa come il più pignolo degli orologiai del Big Ben, venivano usati da Avenario per calibrare il campo magnetico che poi sparava sulla testa delle bestiole. Il raggio giallognolo di Riccardo non puntava al cervello, ma a certe zone più sotto. Nessuno, oltre ad Avenario e Macchi, capiva il perché. Nemmeno Fedoro osò chiedere. Fece finta di aver capito tutto, temendo una brutta figura col Professore. Fierabene se ne stava sulle sue.
I raggi prodigiosi riuscivano a guarire le cavie da lesioni cerebrali. Le terribili scariche epilettiche provocate dai tagli crudeli del bisturi si dissolvevano miracolosamente. Una profana succursale di Lourdes.
Si decise di passare agli esseri umani.
Fedoro alla fine ci provò, a mettere in difficoltà il parvenu. Non per cattiveria, per curiosità. Il professor Macchi sarebbe stato fiero di lei. Cercò di prenderlo alla sprovvista sul terreno a lei più congeniale. “Il neurone è come un imbuto, riceve tanti messaggi e li sputa fuori da un singolo foro. L’uscita non è altro che una semplice, stupida scarica elettrica. Questo é un problema per te. Il tuo neurone multisensoriale, come tutti gli altri neuroni, dispone di molte entrate e di un’unica, misera uscita. Come fa a distinguere quali delle entrate lo ha attivato? In altre parole, come fa il nostro cervello a capire se uno stimolo è visivo o uditivo, se può rispondere solo e sempre con lo stesso messaggio elettrico?” Fedoro gongolava. Domanda intelligente! Che bella figura! Se l’avesse saputo Macchi, sarebbe stato fiero di lei! Anzi, quasi quasi più tardi glielo sarebbe andato a dire... e poi quella sera a casa anche al marito. Il dilettante rispose con nonchalance, concentrato su tutt’altro, cioè sul suo panino: meglio la mostarda o la maionese? “Il neurone non risponde ad un singolo stimolo, ma ad un insieme di stimoli. Non è attivato da un singolo senso, ma da molti sensi tutti assieme. Quando tieni per mano tuo marito, sui tuoi polpastrelli non senti solo la pressione delle sue dita, ma anche, nello stesso identico momento, il calore e la morbidezza della sua pelle. Ogni nostra sensazione, quali la vista o l’olfatto, non esiste senza le altre.” Aveva nel frattempo optato per la senape. Ne versò in quantità su quel gustoso panino. Fedoro decise che non sarebbe passata da Macchi più tardi. Né quella sera l’avrebbe detto al marito.
Ogni tanto Riccardo scompariva per qualche settimana. Nessuno ci faceva molto caso, perché quelli di Catania pensavano fosse a Milano e viceversa. Solo Francesca se ne accorgeva e non sapeva dove andasse, ma ci si abituò.
“Piaci molto alle donne!” Francesca gli diceva e gli lasciava capelli rossi sul maglione peloso. Lui sorrideva e la baciava forte per farle pensare di essere unica. Le diceva con una sincerità che non gli era consueta: “é il mito di chi fugge... intriga la gente. Se sapessero che, dietro un affascinante sguardo gelido perso nel nulla, non c’è altro che il nulla, o al massimo una miopia non curata!” Macchi non si rassicurò molto, ma comunque l’amava e non le importava, eppoi lei viveva e basta, non si sparava seghe mentali né raggi nel cervello.