6. Il fiume e la pozzanghera
Da dove salta fuori questo Riccardo Avenario? Bisogna fare un salto nel tempo. Indietro al 2010.
Giardini Naxos.
“Ti trovi in vacanza con tua moglie in Africa. Le forme, i colori e i movimenti che arrivano ai tuoi occhi finiscono in certe zone del cervello e così ti rendi conto di avere di fronte un leone maschio che vaga nella giungla. Uh oh… il leone ti ha visto, si dirige verso di te… sembra affamato... nuove sensazioni, stavolta non provenienti dagli occhi, raggiungono altre parti del cervello: il ruggito terrificante, l’odore putrido del pelo a favore di vento, le tue gambe che tremano… tutti i messaggi provenienti dai vari sensi (vista, udito, olfatto, etc) vengono messi insieme e la memoria si attiva: pensi disperatamente alle tue esperienze passate, sepolte da qualche parte dentro di te… poi metti in funzione le zone nobili del cervello e aggiungi nuovi mattoni. Meglio rimanere immobili o tentare la fuga? E se agitassi le braccia, per mettergli paura? Oppure guardo la bestiaccia negli occhi? Mettere tua moglie in mezzo e far mangiare lei? Questo è quello che succede, cari amici, e succede in non più di mezzo secondo!”
Il Professor Rumelhart esponeva le più recenti teorie sul funzionamento del cervello ai trecento congressisti. Il suo italiano non era poi male. Riccardo picchiettava sulla tavoletta della sua poltroncina e il vicino mugugnò. Qualcosa non quadrava. Dopo la cena sociale a base di roast beef tornò a Catania, si scaldò il suo latte con miele e si mise nel letto a due piazze. Lesse poche tragiche pagine dell’«ermeneutica del linguaggio» di Steinthal, regolò le solite tre sveglie per la mattina seguente e si addormentò. Sognò come sempre le sue formule e la gioventù. La coscienza non si spiega così…, un dormiveglia continuo come ogni notte. Da nove anni.
La mattina seguente arrivò in ospedale per il turno in cardiologia. Si accorse che l’ipod stava dando la quinta di Meneses e lui non se ne era nemmeno accorto in tre quarti d’ora di autobus. Qualcosa non quadrava. In ospedale controllò distrattamente, come duecentocinquantaquattro altre volte nelle ultime tre settimane, le mail sull’iphone. Un sussulto. Una mail. Proprio lui. Eduardo Macchi in persona. Non pensò: “finalmente, dopo tanto tempo si è degnato di rispondermi!”, perché non credeva nemmeno che avrebbe mai avuto una risposta. Per varie mezz’ore non ci credette. Continuava a ricollegarsi col server, nel dubbio che stesse sognando o che ci fosse un errore. Si sa, a volte gli spam giocano brutti scherzi… oppure il Professore si era sbagliato a premere il tasto di invio… alla fine, mentre prendeva il terzo the dall’inizio della giornata, stavolta nello spaccio dell’ospedale, dovette convincersi. L’infermiera gli parlava della casa in ristrutturazione e lui annuiva fissando la bustina di zucchero di canna. Il Professor Eduardo Macchi gli aveva risposto!
Nelle settimane seguenti Riccardo Avenario scambiò molte mail con Macchi. Dire che si instaurò una confidenza è eccessivo sia per uno come Macchi sia per uno come Riccardo, ma ci si potrebbe sbilanciare su un pizzico di cordiale complicità. Un pomeriggio dopo un volo di due ore Riccardo si trovava a Milano, al Centro Di Studi del Cervello nella stanza ultramoderna del Professore. Alle pareti di metallo e plexiglass c’erano delle imitazioni ben fatte dei contadini di Van Gogh. Strano, pensò. Si sarebbe aspettato un Pollock. Originale.
Macchi aveva una barba ancora nera e un buon odore di caffè. “Allora, giovanotto” iniziò tra il serio e il faceto come faceva lui, e Riccardo pensò che tanto giovanotto poi non lo era più, “lo sa che ha corso un grosso rischio? E se mi fossi appropriato di tutto il materiale che mi ha inviato, e ne avessi fatto un lavoro a mio nome scordandomi di Lei?” Riccardo rispose: “Ecco perché, Professore, ho contattato Lei. Oltre ad essere dotato di quell’immensa curiosità intellettuale che La rende il più grande fra gli studiosi della mente, Lei è notoriamente un gran signore, privo della spocchia, mi scusi l’ardire, dei suoi colleghi di (quasi) pari rango”. Riccardo era docile e depresso, ma quando il fuoco sacro si accendeva dentro di lui si trasformava in un animale da combattimento, ardito, accurato, feroce. Anche leccaculo. In questo stato di trance agonistica avrebbe convinto sua mamma che aveva avuto quattro figli, anziché tre, e i condomini ad eleggerlo amministratore.
“Secondo gli scienziati il cervello (o «mente» che dir si voglia, in questo caso non è importante) lavora come un mestolo. Riceve i dati del mondo esterno dai recettori come gli occhi e le orecchie, li elabora ed infine li mette insieme nelle zone più nobili. Così ad esempio si parte da: «rosa, spigoloso, morbido, rosso, rotondo, lucente» e si arriva a: «quella signora si è sbucciata il gomito e sta sanguinando». Devo dirLe umilmente che io non sono d’accordo. Questa teoria della convergenza degli stimoli non è altro che un mito. Io penso, in tutta umiltà Le ripeto, che il nostro cervello non funzioni così. Più che un mestolo, è un setaccio. La mente lavora su dati che gli arrivano tutti assieme. Solo in un secondo momento il cervello separa i vari costituenti, come un setaccio appunto”. Macchi era diffidente ma divertito, altrimenti non avrebbe nemmeno accettato di incontrare quell’eretico signor nessuno. Riccardo proseguì. Per un tempo forse lungo. Era un manipolatore e non gli fu difficile adescare con l’entusiasmo e la lucidità dei ragionamenti persino l’esperto Professore. Macchi era compiaciuto. Si passò il palmo della mano tra il ciuffo rimasto e chiese, incurante della risposta che già conosceva: “Ma perché, giovanotto, si è rivolto proprio a me? Le Sue idee hanno varie pecche, ma sono comunque interessanti. Abbastanza. Avrebbe potuto pubblicarle da solo, in veste di Ricercatore Indipendente…”
A dire la verità Riccardo ci aveva provato, cinque volte a sua memoria, ed era sempre stato bocciato. La risposta da parte di riviste importantissime era quasi un prestampato: “Egregio dr. Avenario, il manoscritto da Lei sottoposto manca di rigore scientifico. Gli obiettivi e le conclusioni sono mal formulati, gli argomenti non ben sviluppati. Il lavoro non è accessibile al lettore medio della nostra rivista. Le Sue idee sono multidisciplinari più del dovuto: dovrebbe prima chiarirsi le idee su quale sia il suo target. I fisici, i matematici, i biologi, i neuro scienziati, i filosofi? A malincuore dobbiamo dare un parere negativo alla pubblicazione del Suo lavoro. Le auguriamo comunque maggior fortuna blablabla”. Riccardo riuscì a sfuggire dai pensieri pericolosi, si concentrò sulla risposta dare al Macchi e lo sorprese: “La scienza ufficiale è come un fiume impetuoso che trascina tutto, in una marcia trionfale verso il progresso. Vede, Professore, e parlo a Lei che è un eccelso rappresentante del grande flusso, io sono e mi sento una pozzanghera ai margini del fiume. Anche se avessi l’idea più importante del mondo, sono destinato a prosciugarmi fino a scomparire nel nulla. L’unica possibilità che ha una pozzanghera come me è quella di far finire le sue quattro gocce nella corrente principale, quella che detta le leggi della Storia. Solo nel grande fiume le mie gocce avrebbero la possibilità di mescolarsi a quelle già esistenti, donando nutrienti freschi ai pesci che vi sguazzano dentro”. Macchi non rispose. Pensava, anche se in questi momenti la testa non conta. Riccardo notò che aveva occhi guizzanti come un cerbiatto, anche se ormai era un vecchio cervo. Il Professore guardò lo spazio dietro le spalle di Avenario, nel punto in cui Riccardo avrebbe piazzato il Pollock, poi di scatto bussò all’interfono. “Signorina, mi chiami Fedoro”.